Semplicemente primavera

28 marzo 2018 - 4 minutes read

I contadini nutrono la vita, non la disperdono come facciamo noi. Nutrono la vita con una carezza, un bacio. I contadini rigirano la terra e rigirando la terra permettono alla luce ed al calore di infilarcisi. La mattina i contadini soffiano sulla cenere e riattivano il fuoco.

Seguire questa saggezza sempre nuova ha fatto si che all’inizio del 2015 iniziassi un periodo di “potatura” della mia attività artistica. Si, ho realizzato dei lavori ma solo quelli strettamente legati all’attività di formazione del VIVO. Per tre ani mi sono dedicato alla cura di questa pianta ed adesso credo sia giunto un tempo nuovo, un tempo di primavera, che sofia un brezza fresca sul viso, che prepara i fiori per i nuovi frutti.

I fiori che questa pianta presenta sono fiori che riconosco, preparano un frutto che ho già gustato, un frutto di giovinezza.

Questa pianta prepara un frutto di cui conosco il sapore e che mia accingo a gustare con una nuova maturità.

E così torno in sala prove con uno spettacolo nuovo “Gabbatha” e con un cast nuovo. Torno in sala prove nella città che mi ha accolto artisticamente e che rappresenta sempre un nuovo stimolo, New York.

Torno al nuovo, torno al contadino che sono sempre stato, e che sempre sarò.

Enzo Celli

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GABBATHA

Gabbatha (Gabbaqa) di origine aramaica, significa: luogo elevato, una piattaforma. Nella lingua greca, secondo la versione siriana che lo traduce, era chiamato Litostroto un pavimento di pietre.

Gabbatha indica il luogo abituale dove Pilato aveva il suo seggio giudiziario. Indica il luogo dove è avenuto il “lavare le mani”. Gabbatha rappresenta il luogo dove l’umanità ha deciso di “non fare una scelta”, ha deciso di non prendere una responsabilità, dove l’umanità ha deciso di voltare la testa.

C’è un veleno che intossica questo tempo e questa società, c’è un ritmo folle che spinge all’isolamento, al voltare la testa alle grandi domande che questo tempo ci fa, ci spinge a voltare la testa all’altro, o al limite lo invitiamo a spostarsi “un po’ più in la”.

Ci spinge a voltare la testa alla nostra grandezza. Questo veleno si chiama paura.

Gabbatha è un’indagine su questa paura, sulla nostra incapacità alla vicinanza, al pendersi cura delle nostre responsabilità. Indaga la nostra incapacità a riconoscere il momento che viviamo. Indaga la nostra incapacità a riconoscere il dolore, confondendo il dolore del parto con quello della morte.

Lo spettacolo indaga la possibilità insita a questa situazione soprattuto dal punto di vista del ruolo che svolgono bellezza e ’arte, chiamate a tornare a produrre azioni potenti, azioni di luce, profetiche. Azioni che sconfiggano questa paura e che ci facciano riconoscere questo tempo come una gestazione, come un nuovo parto.

Bellezza ed arte devono vivere quest’epoca, esserne responsabili, sapendo che quest’epoca non porterà alla morte, bensì ad un nuovo parto.

Bellezza e arte devono avere un amore profondo per questo processo di gestazione, uno sguardo penetrante su questo tempo di crisi.

Questo tempo è quindi la nostra personale Gabbata, quella in cui decidere se aprire del futuro affrontando questo nuovo parto, oppure voltarci davanti al mistero della vita come nuovi Pilato.